A volte il make-up fa male

A volte il make-up fa male

L’Sos: “Sempre più prodotti cosmetici inquinati da sostanze tossiche”.

Pensiamo sempre che prendersi cura del corpo con i prodotti per l’igiene e i cosmetici ci difenda contro invecchiamento e inquinamento. E sarebbe così, non fosse che i nemici della pelle e dell’organismo, a volte, possono trovarsi proprio nei beauty shop.

Sta crescendo, infatti, l’import di articoli per viso e corpo, ma, contemporaneamente, salgono anche le concentrazioni di sostanze tossiche in questi stessi prodotti. Secondo «Rapex» (Rapid alert system for non-food dangerous products) – il sistema di controllo sotto l’egida della Commissione Europea che individua e comunica ai singoli Paesi le informazioni sui prodotti che costituiscono seri rischi per la salute – la quota di campioni considerati «irregolari» è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Un trend costante, e preoccupante, che è stato segnalato anche dalla Società italiana di tossicologia.

Molte le confezioni fuori norma emerse dai campioni analizzati: bagnoschiuma (3%), talco (3%), creme solari (3%), shampoo (6%), smalti (6%), tinture per capelli (9%), eyeliner (9%), rossetti (12%), cosmetici per bambini (14%), creme per l’estetica in generale (31%). Percentuali spesso contenute, ma da non sottovalutare per il consumo sempre più frequente che se ne fa (e a tutti i livelli): bambini e adulti, donne e uomini. Mentre in media, ogni giorno, un uomo utilizza sette prodotti cosmetici, una donna arriva fino a 20. L’elenco è lungo: dentifrici, rossetti e lucida-labbra, ombretti, fondotinta e ciprie, deodoranti, lozioni per capelli e talco, antisudoriferi, abbronzanti, antirughe e anti-aging. Così com’è lunga la lista degli «intrusi»: nichel e arsenico, mercurio e piombo (tossici per il sistema nervoso), nitrosodietanolammine (cancerogene), ftalato di dibutile (una sostanza che può ridurre la fertilità e provocare danni al feto). E, ancora, conservanti e ormoni di varia natura.

Secondo il «report», il rischio è rappresentato soprattutto dalla presenza di sostanze chimiche (per l’88,5% del campione analizzato), ma in misura minore si ha anche a che fare con un rischio di tipo microbiologico (nel 9,2% dei casi), causato dalla presenza di batteri patogeni per cute e mucose.

Ma chi sono gli «untori» e da dove vengono i prodotti nocivi? La provenienza è chiara e solo nell’1% dei casi è sconosciuta. I Paesi produttori, infatti, sono, nell’ordine, l’Africa (8%), gli Stati Uniti (9%), la Cina (26%) e poi anche l’Europa (44%). E allora la domanda successiva è: perché, se un cosmetico è nocivo, sfugge al vaglio dell’Ue? «Si tratta di un problema di tracciabilità delle materie prime», segnala Giorgio Cantelli-Forti, farmacologo all’Università di Bologna e professore aggiunto alla Divisione di tossicologia ambientale dell’Università del Texas. «In Europa – continua – arrivano dati spuri sugli ingredienti di cui le ditte non riescono sempre a specificare l’origine, essendoci doppi o tripli passaggi nella vendita, dopo il primo fornitore». E sottolinea: «La norma comunitaria deve quindi potenziare la lente sui viaggio compiuti dalle materie prime, come olio, cera d’api, coloranti, burro di cacao, e anche sulle fonti da cui ha inizio la filiera della produzione».

Intanto, però, come fa il consumatore a tutelarsi? Il decalogo è dettato dalla casistica. «Sono più di 4mila le segnalazioni ai centri antiveleni su tutto il territorio nazionale, ogni anno, per sospette o accertate intossicazioni o per reazioni avverse da cosmetici e prodotti per l’igiene personale», premette Valeria Petrolini del Centro antiveleni della Fondazione Maugeri di Pavia. E spiega: «L’87% dei casi che ci pervengono riguardano esposizioni accidentali, per lo più da parte di bambini, ma anche per utilizzi impropri. Non mancano inoltre segnalazioni riguardanti prodotti reperiti sul mercato straniero o acquistati on-line». È importante, allora, evitare la Rete e adoperare il prodotto solo per il suo naturale utilizzo.

«Inoltre ci si deve sincerare sempre della presenza dell’etichetta – aggiunge Marina Marinovich, tossicologa del Dipartimento di scienze farmacologiche e biomolecolari dell’Università di Milano -. Pur non potendo avere tutti una preparazione da chimico, dall’etichetta possiamo controllare se ci sia una data di scadenza prima e dopo l’apertura, mentre dobbiamo diffidare dei prezzi eccessivamente bassi, che, secondo il nostro il osservatorio, sono legati a prodotti di scarsa qualità». E avverte: «Occhio alle allergie. L’etichetta illustra se ci sono elementi che sappiamo di non tollerare e, quindi, attenzione a profumi e a fragranze, frequenti veicoli di allergeni, mentre se siamo inconsapevoli che l’organismo è allergico a certe sostanze può essere utile fare un test». Come? «Basta adoperare, per esempio, un’esigua quantità di prodotto sopra una piccola superficie della pelle e aspettare qualche momento per vedere se compaiono rossore o deboli reazioni».

Fonte: La Stampa

Author Bio